Harry a pezzi

Regia: Woody Allen
Cast: Woody Allen, Kirstie Alley, Judy Davis, Caroline Aaron, Mariel Hemingway, Billy Crystal, Demi Moore, Tobey Maguire, Robin Williams.
Genere: Commedia
Anno: 1997
Titolo originale: Deconstructing Harry

Un film senz’altro autobiografico e che ripercorre le tipiche tematiche alleniane. Allen, infatti, riversa in questa divertente pellicola le sue consuete posizioni dissacranti nei confronti di Dio, della psicanalisi e dell’ebraismo.
Harry, il protagonista, è un disastro nella vita: diversi matrimoni, tanti divorzi, tanti rapporti occasionali, rapporti conflittuali con i parenti e crisi artistica. Egli non sa vivere, ma sa funzionare solo nell’arte e nella sua solitudine. Da grande scrittore, però, si ritrova a vivere il cosiddetto blocco dello scrittore, che lo getta nella più ampia disperazione, ma che riuscirà a risolvere dopo un emblematico percorso che si dispiega attraverso la narrazione. In questo senso ritroviamo un omaggio che il regista fa a Il posto delle fragole di Bergman: così come l’anziano di Bergman percorre un viaggio, attraverso il quale ritrova se stesso, verso l’Università per ricevere un riconoscimento, l”Harry di Allen fa un viaggio, attraverso cui fa chiarezza su di sè,  verso l’Università per ricevere un premio. Ma si tratta di un viaggio pieno di grovigli e di vicende che si intersecano. Allen, infatti, gestisce il montaggio della pellicola in maniera intermittente, dove realtà e immaginazione sono mescolate di continuo senza un passaggio chiaro e distinto. In tutto questo lo sfortunato protagonista si ritrova immerso in divertenti ed irreali colloqui con i personaggi della sua fantasia, ovvero con i protagonisti dei suoi libri. Ed è questa sfera surrealista che rende Harry a pezzi un film molto interessante e curioso: il confronto di Harry con le sue creazioni artistiche, dunque aurtore e personaggi, è affascinante da seguire in una sorta di chiave pirandelliana; e  anche perchè, grazie a questi incontri, l’autore riesce finalmente a trovare la sua dimensione e le basi per il superamento del suo blocco artistico.

Viale del tramonto

Regia: Billy Wilder
Cast: William Holden, Gloria Swanson, Erick von Stroheim, Nancy Olson.
Genere: Drammatico
Anno: 1950
Titolo originale: Sunset Blvd

Trama: Joe Gillis, uno sceneggiatore disoccupato, va a vivere nella grande casa di Norma Desmond, una ex star del cinema muto, facendosi mantenere da lei. In cambio Joe dovrà scrivere la sceneggiatura del film che permetterà il glorioso ritorno di Norma sul grande schermo.

Viale del tramonto è un capolavoro drammatico che parla di cinema e di quante sofferenze spesso si celano dietro una macchina da presa. Billy Wilder porta in scena il cinismo di un mondo che sembra utilizzare le persone per i propri fini, elargendole a divi per poi catapultarle nel dimenticatoio non appena qualcosa di più moderno sembra richiamare interesse. Si tratta di una vera denuncia nei confronti di quel cambiamento culturale che investì il modo di fare cinema intorno agli anni ’40 e ’50. La cinematografia si stava evolvendo verso tecniche sempre più nuove. Il vecchio cinema muto, che aveva contraddistinto gli anni ’20, veniva salutato per accogliere il sonoro. In questo senso grandi attori si videro tagliati fuori da questo nuovo modo di fare cinema e rimpiazzati da nuove stelle promettenti. E’ quanto accade alla bella Norma Desmond, interpretata dall’attrice Gloria Swanson che ha vissuto in prima persona il mutamento cinematografico raccontato nel film. Interessante è il parallelismo che Wilder ha creato tra gli interpreti e i personaggi di questo suo film. La Swanson è stata davvero una grande stella del cinema muto; così come è stata realmente diretta nel film La regina Kelly da Erick von Stroheim, che nel film di Wilder assume i panni del primo regista che ha creduto in Norma Desmond. E’ questo parallelismo tra vita e finzione che rende Viale del tramonto un film fortemente veritiero e drammaticamente attuale.
Altrettanto triste è la storia del personaggio Joe Gillis, uno scrittore di soggetti cinematografici, che vive scansando i suoi creditori e che trova in Norma Desmond una via di fuga per la sua vita da squattrinato. La donna si innamora in modo ossessivo e morboso del giovane Joe, il quale decide di restarle accanto soltanto per non tornare a scrivere per il giornale del suo paese e quindi ad una vita priva di comodità e di lusso. Il suo è un compromesso, non eticamente accettabile, che gli permette di poter provare a sfondare nel mondo della scrittura cinematografica.
Viale del tramonto si avvale, inoltre, di una splendida scenografia soprattutto se pensiamo all’immensa casa nella quale vive Norma Desmond. Si tratta di una villa esternamente fatiscente che sembra abbandonata e cadere in pezzi; anche il giardino è in stato di abbandono, così come il campo da tennis e la piscina ormai prosciugata. Ma in realtà quell’abitazione nasconde al suo interno la vita triste e solitaria di Norma, che vive rinchiusa nel ricordo di se stessa. Ha fatto della sua casa il suo tempio dove conservare i suoi ritratti, le sue immagini e dove si è creato un cinema privato per guardare i film muti di cui era protagonista. Si assiste, quindi, all’elogio sconfinato di questa donna per se stessa, incapace di accettare l’idea di non esser più parte di quel mondo che tanto l’ha resa celebre. “Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo” è quanto afferma a proposito della sua situazione.
Wilder mette così in evidenza la vita di questa donna, cinquantenne, che è stata tagliata fuori dal cinema e che si è creata un mondo fittizio in cui crede di essere ancora ammirata e ricercata (questo a causa anche del suo maggiordomo Max che contribuisce a crearle questa realtà ormai passata). E su questa via la sua ossessione per il cinema e per il giovane Joe la condurranno verso il delirio totale in cui non riuscirà più a scindere la finzione scenica dalla realtà.
Viale del tramonto è cinema nel cinema; è una meravigliosa chiave di lettura della frustrazione che deriva dall’essere messi da parte, dall’essere ritenuti ormai vecchi e dall’essere considerati sulla via del declino. E tutto questo in chiave amara e inevitabilmente dolorosa.

Il posto delle fragole

Regia: Ingmar Bergman
Cast: Victor Sjostrom, Ingrid Thulin, Bibi Andersson,
Genere: Drammatico
Anno: 1957
Titolo originale: Smultronstallet

Trama: L’anziano e professore di medicina Isak Borg è invitato a ritirare un importante riconoscimento presso l’Università di Lund. Durante il suo viaggio in auto, in compagnia di sua nuora Marianne, ha modo di rivisitare i luoghi dell’infanzia e di ripensare alla sua vita.
Il posto delle fragole è un film che addentra in un modo di fare cinema di tipo poetico e idilliaco. Già lo stesso titolo ha in sè tutta quella carica fantasiosa e suggestiva che trova espletamento nella sua visione.
Il professore Isak Borg è una persona anziana, di 78 anni, che si ritrova a pensare alla sua vita durante un momento particolare come il ritiro di un importante premio per la sua carriera di medico. Isak parte in auto con sua nuora Marianne, la quale è in crisi con suo marito, e nel suo tragitto incontrerà diversi personaggi come i giovani scanzonati autostoppisti Sara, Viktor e Anders, e poi una strana coppia litigiosa con la quale avviene uno scontro automobilistico.
Il posto delle fragole è un film di viaggio fisico e di viaggio di vita attraverso cui Isak avrà modo di ripensare alla sua esistenza, alla sua giovinezza e alla sua infanzia, così come avrà modo di avere un confronto abbastanza schietto con sua nuora Marianne che gli dichiarerà l’idea di uomo freddo e avaro che ha di lui. Si tratta perciò per il protagonista del momento della verità e di scoprire chi è in realtà. Durante questo viaggio, inoltre, avrà modo di fare tappa alla casa dei suoi anni giovanili e rivisitare quel straordinario posto delle fragole, quasi come un luogo incantato e ameno, come luogo delle felicità e degli anni più belli, dov’era felice. Dunque, un viaggio nelle memoria del passato, nel ricordo di quel che è stato e di quel che poteva essere; un percorso che induce il prof Borg a una sorta di bilancio della sua vita.
Ma Il posto delle fragole è anche un film onirico, dove il protagonista si lascia andare a due strani e affascinanti sogni, attraverso cui il regista effettua un vero e proprio scavo nell’inconscio di Isak. Nel primo sogno c’è assenza di tempo, infatti, gli orologi sono privi di lancette in un’atmosfera fortemente surrealista; e poi appare una carrozza che, sbattendo contro un palo della luce, lascia cadere una bara che conserva inaspettatamente il cadavere dello stesso protagonista. Nel secondo sogno, invece, Isak ritrova il suo grande amore Sara che gli fa riflettere la sua immagine di anziano in uno specchio annunciandogli che la morte è vicina. Dopodichè Isak si ritroverà in un’aula universitaria a sostenere un esame durante il quale le sue conoscenze di medico vacillano non riuscendo a superarlo. Il sogno poi si completa con la visione di sua moglie che lo tradisce.E’ evidente una chiara influenza di matrice psicanalitica in questo incantevole film proprio parchè il protagonista ci viene presentato attraverso i ricordi dei luoghi e degli anni dell’infanzia, del primo amore e di un posto sognante come quello delle fragole; e il tutto si arricchisce attraverso i contenuti onirici dei sogni e degli incubi fatti dal professore Borg dove emergono in forma evidente tutte le sue paure e soprattutto la sensazione di una fine ormai vicina.
Bergman, quindi, mostra la storia di un uomo anziano che si ritrova a meditare sulla propria vita, che scava nel suo passato e analizza il suo presente. E’ una ricerca degli affetti, delle cose che più hanno reso felice la sua esistenza e degli errori commessi per rimediare, come il suo rapporto con suo figlio e sua nuora.
E’ interessante notare come questo splendido film abbia la durata temporale di un viaggio, ma nello stesso tempo sia identificabile come atemporale, proprio per l’assenza di tempo nei sogni del protagonista e nel momento in cui rivive il suo passato. Dopo tanto peregrinare nell’anima e nella memoria, Il posto delle fragole lascia il suo pubblico con un momento di rinascita che non a caso avviene quando Isak si addormenta sereno dopo aver ricevuto il suo riconoscimento dall’Università e dopo essersi riconciliato con suo figlio e sua nuora. Allora la mente di Isak ripercorre un ultimo breve viaggio in quei meravigliosi posti giovanili dove può osservare seduti presso il lago i suoi genitori in un clima di serenità. E con quest’ultima visione di felicità, dove tutti i tomenti si sono placati lasciando il posto alla quiete dello spirito, Isak si addormenta in pace con se stesso e con il mondo.

Colazione da Tiffany

Regia: Blake Edwards
Cast: Audrey Hepburn, George Peppard, Patricia Neal, Bubby Ebsen, Martin Balsam.
Genere: commedia-sentimentale
Anno: 1961
Holly Golighyly è una ragazza di provincia che vive a New York. La sua vita è fatta di feste mondane, uomini ricchi e tanta libertà. Un giorno incontra Paul, un giovane scrittore mantenuto da una ricca signora. Tra i due nasce da subito una forte e contrastante amicizia.

“Io vado pazza per Tiffany, specie in quei giorni in cui mi prendono le paturnie!” queste sono le parole pronunciate dalla bella Holly per spiegare lo stato d’animo sereno che prova quando, a fine di una festa prima di rincasare, si reca dall’elegantissima gioielleria Tiffany a fare colazione. Il film inizia con una bella inquadratura di New York all’alba, trasmettendo l’idea di una città che ancora sta dormendo. Da un taxi scende un’elegante signora con un tubino nero, occhiali da sole e con un sacchetto e un bicchiere in mano. La scena ci proietta subito nel mondo di Holly: una giovane donna fine dal carattere estroverso e socievole. Holly è leggiadra e aggraziata nonostante le sue origini provinciali. Sebbene sia sempre circondata da tanta gente, feste e da tanti uomini che la desiderano, Holly in realtà conduce una vita fatta di solitudine e mancanza di una verà identità. Ella impersonifica il personaggio che più le conviene e l’unico che le permette di vivere decentemente in una grande New York . Holly sceglie una vita libera, fatta di rapporti occasionali e di convenienza per sopravvivere in una realtà in cui molto difficilmente riuscirebbe a vivere. Non vuole nessun legame, non vuole appartenere a nessuno e vuole evitare di rimanere imprigionata dagli altri. A rompere il suo perfetto equilibrio è l’arrivo di Paul nel suo palazzo. Infatti, si trova di fronte una persona che incarna i suoi stessi problemi e difetti, ma al maschile. Paul ha problemi economici e per vivere si fa aiutare da una ricca donna. I due personaggi, Paul e Holly, si avvicinano, si conoscono, si frequentano, ma ben presto emerge un forte contrasto dettato dal loro modo di vedere la vita e intendere i sentimenti. Paul è più flessibile, Holly è più testarda e decisa a rinunciare a quello che ha per quello che vorrebbe.
Nonostante il film sia una commedia romantica è portatrice di una marcata vena malinconica, il tutto sottolineato da una straordinaria “Moon River”, l’ottima colonna sonora che ha permesso alla pellicola di vincere ben 2 oscar.
Siamo nella grande New York di fine anni ’50 e Edwards propone un personaggio femminile dalle caratteristiche fortemente moderne: una donna all’avanguardia coi tempi e che sa bene come muoversi tra gli ostacoli di una società che non regala niente. Il momento più forte e di triste verità è senz’altro il finale che si svolge nella’auto di un taxi (il film riprende nel finale il suo inizio, infatti inizia con Holly nel taxi). Paul smaschera il personaggio di Holly con un crudo e amaro discorso che sconvolge la ragazza privandola di tutti i suoi scudi.
Colazione da Tiffany, pertanto, è una commedia deliziosa  e che tratta con tanta delicatezza la storia della sua straordinaria protagonista, resa ancor più celebre dalla bravissima e bella Audrey Hepburn. L’attrice con il suo fisico minuto e i lineamenti di un viso delicato non ha fatto altro che donare al suo personaggio ancor più armonia e leggerezza. E’ un film che si lascia vedere in maniera molto piacevole da tutti, ma in particolar modo dagli amanti del genere che non possono che apprezzarlo e amarlo.

Citazione: Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany, comprerei i mobili e darei al gatto un nome!

Nemico pubblico

Regia: Michael Mann
Cast: Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Billy Crudup,Channing Tatum.
Genere: Biografico-Storico-Drammatico.
Anno: 2009

Con “Nemico pubblico” (titolo reso al singolare nella traduzione italiana, mentre al plurale “Public Enemies” è il titolo originale) ecco il ritorno del cinema di Michael Mann, un regista di un certo spessore qualitativo nelle sue scelte, che permette, al suo pubblico di estimatori e, forse, non solo, la possibilità di assistere ad una pellicola girata in modo quasi, se non del tutto, appagante. La regia di Michael Mann ha un tocco particolare che consente una certa resa visiva difficilmente rintracciabile nella maggior parte delle pellicole. Per intenderci, stiamo parlando del regista di “Collateral”, “Miami Vice”, “Alì”, “Heat”, “L’ultimo dei Mohicani”, solo per citare qualche titolo.
Con “Nemico pubblico” è portata sul grande schermo la storia vera di Johnny Dillinger, un gangstar americano, vissuto negli anni ’30, ovvero nel periodo della Grande Depressione che ha afflitto l’America, ma non solo.
Il film si basa sulle azioni fuori legge compiute da Dillinger e dai suoi soci Baby Face Nelson e Pretty Boy Floyd e sui tentativi continui operati dall’agente Melvin Purvis per fermarli e arrestarli.
Durante questo periodo, caratterizzato dalla grave crisi economica, Dillinger rubava le banche che avevano condotto tantissima gente ad indebitarsi e sull’orlo dell’impoverimento. Continue sono state le fughe del fuorilegge da un paese all’altro, considerando che in quel periodo la polizia federale si trovava alle fasi iniziali della sua nascita.
Subito emerge la contrapposizione tra il personaggio di Dillinger (un formidabile Johnny Depp) e quello di Melvin Purvis (interpretato da Christian Bale). Il primo è un gangstar elegante e raffinato, dall’animo buono, un gentiluomo, innamorato romanticamente della sua donna con spirito protettivo.Mi piace il baseball, il cinema, gli abiti raffinati, le macchine veloci, il whisky e te. Cos’altro c’è da sapere?” è con questa frase che Dillinger porta via la bella Billie Frechette dal suo lavoro di guardarobista, conquistandola. Una frase in cui è sintetizzato pienamente lo stile di vita di quest’uomo che ha vissuto non accontentandosi mai e ponendosi obiettivi sempre più enormi e ardui da raggiungere. Le sue fughe dalle carceri, le corse in automobili d’epoca, le veloci incursioni nelle banche testimoniano la sua caparbietà nel raggiungere quanto si prefissava. Divenuto un eroe amato dal popolo, giocava a prendersi gioco della polizia, riuscendo a passare inosservato dinanzi a loro e persino all’interno di una caserma.
Dall’altro canto c’è la figura di Purvis, completamente opposto e diverso, quasi ossessionato dallo scopo di catturare e bloccare il gangstar; obiettivo quasi vissuto come questione personale.
Il tutto sembra percorrere il clichè dell’inseguimento poliziotto-ladro mediante continue corse, inseguimenti, piani strategici e braccamenti sullo sfondo di una sensazionale fotografia resa in digitale, capace di rendere le vicende con un gusto di realismo fortemente marcato.
Mann si districa nella sua guida in modo lodevole attraverso particolari accorgimenti, quali le ottime scelte registiche, primi piani vivi, inquadrature a spalla quasi mosse atte a far percepire un senso di immediatezza, di vicinanza e di drammaticità reale. Alcune scene riescono a trasmettere un senso di pienezza visiva, o meglio di saturazione sensoriale ottica quasi rare, incorniciando al meglio la narrazione noir.
All’epilogo Dillinger, che soleva frequentare sale cinematografiche, sembrerà ripercorrere e cogliere, quasi annuendo, i dialoghi e la storia del film Manhattan Melodrama, l’ultimo che visionerà; il tutto è presentato quasi come se, a fine film e parallelamente a fine vita, ci fosse il  bisogno di un momento di stasi e di sintesi di quanto accaduto, prima del grande finale Bye Bye Blackbird!

Le conseguenze dell’amore

Regia: Paolo Sorrentino
Cast: Toni Servillo, Olivia Magnani, Adriano Giannini.
Genere: Drammatico
Anno: 2004

“Ogni uomo ha un segreto incofessabile” afferma Titta Di Girolamo, il protagonista del film “Le conseguenze dell’amore” di Paolo Sorrentino. Nello stesso tempo non serve aspettare di ascoltare questa affermazione da parte del protagonista per comprendere che ha qualcosa da nascondere. Il film inizia mostrando sin da subito la solitudine e l’isolamento vissuti da Titta Di Girolamo, destinato ad una vita asettica da otto anni in un albergo svizzero. La prima parte del film, infatti, è quella più bella, affascinante ed elegante. Il personaggio di Titta Di Girolamo è presentato in tutta la sua esteriorità: è un uomo distinto, sempre ben vestito, dagli atteggiamenti distaccati e freddi, di poche parole e gran osservatore. All’inizio della pellicola Toni Servillo, il magnifico attore che interpreta Titta, dona la possibilità di ascoltare la sua voce soprattutto e quasi esclusivamente attraverso i suoi flussi di pensiero. In questo modo soltanto allo spettatore è dato conoscere la sua interiorità e quali pensieri scorrono nella sua mente; invece, agli altri protagonisti del film non resta che un alone di mistero circa la sua figura. E’ il caso di un cliente dell’albergo che, incuriosito da Titta, si avvicina per chiedergli  di cosa si occupa; è il caso del titolare dell’albergo, che si vede pagare la retta ogni primo del mese in modo puntuale e solerte; è il caso della giovane barista, interpretata da Olivia Magnani, che non fa altro che restar male ogni qualvolta non sente corrisposto il suo saluto per Titta.
Il film prosegue con l’interrogativo relativo alla verità della vita di questo protagonista, che sembra esser sciolto quando, nel giro di pochi minuti, racconta la sua vita in sintesi proprio alla bella barista, la quale sembra essere l’unica a riuscire a sbloccare e render leggermente più vive le emozioni di questo uomo ormai impassibile.
Si tratta di un uomo che un tempo era un commercialista, la cui unica colpa è stata quella di aver sbagliato un investimento e soprattutto per conto di Cosa nostra. Da questo aspetto, si nota come un altro elemento che caratterizza questo film è rappresentato dalla presenza della Mafia e dei suoi loschi affari di cui Titta continua ad essere collaboratore perchè costretto. Difatti, questa visione espone anche momenti molto duri e forti, come l’epilogo del film, davvero drammatico e crudele.
Gli aspetti più pregevoli e caratterizzanti questo film di Sorrentino sono rappresentati senza dubbio dal tocco registico raffinato, fermo, preciso e pulito che si sviluppa in maniera sincronica con la raffinatezza del protagonista e con la magnifica interpretazione di Toni Servillo. Il tutto è coronato da una altrettanta accurata fotografia di uno stile impeccabile e che rende la visione perfetta e un vero piacere per gli occhi.
Al di là della sceneggiatura, che nella seconda parte del film sembra un pò cadere di tono rispetto alla prima parte, la riuscita del film è attribuile ai vari e distinti aspetti sopra citati, ma anche alla recitazione di Toni Servillo, fatta di sguardi, di silenzi, di atteggiamenti, di espressioni in grado di comunicare altamente la psicologia del suo personaggio sempre controllato e impeccabile tanto da voler tenere sottocontrollo le conseguenze dell’amore.

Forrest Gump

Regia: Robert Zemeckis
Cast: Tom Hanks, Robin Wright Penn, Sally Field, Gary Sinise, Mykelti Williamson, Michael Conner Humphreys.
Genere: Drammarico
Anno: 1994

 

 

Una panchina. E’ questo di sicuro il simbolo che più ricorda la storia di Forrest Gump, un uomo affetto da un lieve deficit cognitivo. Ed è quindi su una panchina che Forrest, mentre attende l’autobus, racconta la storia della sua meravigliosa vita a dei perfetti sconosciuti. E’ tenero, gentile e attento, ma ciò che più caratterizza questo protagonista sono senz’altro la sua spontaneità, la sua ingenuità e la sua mancanza di malizia e di secondi fini in tutto quello che fa. Insomma, emerge la delineazione di una persona pulita che segue esclusivamente quello che sente, e prestando attenzione agli accorti consigli della sua amorevole mamma e della sua adorata Jenny.
Ma Forrest Gump è tale grazie anche, e soprattutto, alla particolare e ben calata interpretazione di Tom Hanks, davvero lodevole tanto da riuscire a non far cogliere il confine tra l’attore e il personaggio cinematografico.
Le vicende della vita di Forrest si dispiegano dalla sua infanzia fino alla sua età adulta, mostrando per ciascuna fase tutte le esperienze e le situazioni che Forrest ha affrontato: si laurea, si arruola nell’esercito, combatte nel Vietnam, diventa un ottimo giocatore di ping pong, acquista una barca per gamberi, corre per tre anni, insomma vive pienamente. “Forrest Gump” è certamente un film su di un uomo, ma è anche molto di più. Da sfondo ai percorsi di Forrest c’è una società americana alle prese con i suoi movimenti, cambiamenti e con i suoi presidenti. Mentre Forrest cresce, si assiste a vicende sociali quali l’integrazione razziale, il movimento hippy; si parla inoltre di figure cole Elvis Presley, Kennedy, Johson e Nixon. Pertanto le tematiche affrontate in questa pellicola sono diverse e tante, ma tutte si concentrano attorno a Forrest, il punto di convergenza e attraverso cui tutto si sviluppa. E la particolarità consiste proprio nella disinvoltura e nell’assenza di inutili interrogativi  che guidano le azioni di Forrest. Egli, infatti, non si fa domande, non si chiede cosa fare, bensì agisce semplicemente e genuinamente, facendo sempre del bene.
Forrest è il buon cittadino americano che fa tutto bene, che riesce ad uscire vincente dalla guerra del Vietnam, che diventa un simbolo da seguire e da ascoltare (esemplare è il momento della corsa per gli Stati Uniti, dove la gente inizia a seguirlo senza considerare che nemmeno Forrest sa il motivo per cui corre). Eppure Forrest è un uomo con un Q. I. inferiore alla media, ma nonostante questo riesce a vivere fino in fondo ogni esperienza e persino il suo amore per la sbandata Jenny, aiutandola e prendendosi sempre cura di lei e non a caso affermando che “Non sono un uomo intelligente, ma so l’amore cosa significa”. E oltre a conoscere bene l’amore, Forrest conosce il valore dell’amicizia, e questo lo si nota quando salva tutti i suoi compagni durante la guerra, quando mantiene la promessa fatta al suo amico Bubba, e quando affianca e aiuta il tenente Dan nel suo percorso di pace con Dio.
“Forrest Gump” è un film pienamente ed estramamente americano, tanto da apparire un coacervo delle tematiche tipicamente statunitensi, ma nello stesso tempo è difficile restare indifferenti alla bellezza e alla semplicità di questo personaggio e non desiderare per un attimo una vita avventurosamente e affettivamente piena come la sua.