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L’uomo nero

Regia: Sergio Rubini
Cast: Sergio Rubini, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Guido Giaquinto, Vito Signorile, Margherita Buy, Anna Falchi.
Genere: Drammatico
Anno: 2009

Al suo decimo film da regista, Sergio Rubini torna nella sua Puglia, terra divenuta quasi una costante della sua filmografia. Il film è stato girato tra Bari, Gravina di Puglia, San Vito dei Normanni, Mesagne, Irsina e altri paesi; ed è possibile apprezzare i bellissimi paesaggi naturali di ulivi che scorrono velocemente dal finestrino del treno. Oltre ai viaggi in treno che conducono dalla provincia verso Bari, è presente un viaggio nella memoria. E’ un passaggio nel passato, un ritorno agli anni ’60, che avviene attraverso il flashblack e la memoria di Gabriele che ritorna nel suo paese originario a causa della malattia del padre. I ricordi della sua infanzia lo riconducono nell’atmosfera retrograda e atavica che si respirava in quel paese di provincia.
In quegli anni suo padre Ernesto (Sergio Rubini) è il capostazione di San Vito e nello stesso tempo coltiva una passione viscerale per la pittura. L’amore intenso per la pittura, e in particolar modo per Cèzanne, conduce Ernesto a monopolizzare il suo interesse verso l’arte in forma quasi maniacale. Tutte le sue forze sono indirizzare alla realizzazione di una copia dell’autoritratto di Cèzanne in vista di una mostra da tenere durante la festa del paese. Le velleità artistiche di Ernesto si scontrano più volte con la cieca critica di un critico d’arte locale (Vito Signorile) che non fa che scoraggiarlo e stimolargli la convinzione di non essere portato per i pennelli.
E’ una critica d’arte incapace di guardare con occhi ripuliti da ogni preconcetto, non facendo altro che denigrare l’impegno, la passione e, forse, il talento di Ernesto. Alla base di ogni rifiuto nei confronti delle sue opere, in realtà si cela un rifiuto nei confronti di Ernesto stesso, perchè ormai catalogato come un capostazione che non ha nulla a che vedere con l’arte. Ma lo stesso, ben impostato, critico si ritrova a dar dimostrazione della sua mancata conoscenza (o forse ignoranza) dell’arte quando inconsapevolmente si ritrova a giudicare un’opera di un valore minimamente impensabile. E’ solo che si limiterà essere una prova soltanto per lo stesso Ernesto e negli anni a venire per il grande Gabriele.
All’ombra dell’ossessione artistica e delle frustrazioni del padre, c’è il piccolo Gabriele che cresce in una famiglia dove non fa altro che respirare litigi e nervosimo. La via di fuga per il bambino è rappresentata dallo zio Pinuccio (Riccardo Scamarcio) con cui parla e si diverte. E’ nello zio che Gabriele cerca di compensare le mancanze di attenzioni di suo padre; anche se in seguito anche lo zio risulterà essere una delusione.
Il fulcro della pellicola si concentra sul rapporto alterato padre/figlio vessato da mancanze e ricerca d’affetto. Paradossalmente Ernesto e Gabriele sono fisicamente sempre vicini, infatti, passeggiano e viaggiano in treno, però senza che Ernesto ascolti il figlio, tanto da dimenticare la sua età anagrafica o non accorgersi di quanto stia soffrendo sotto i ferri del dentista. Ernesto, dunque, sembra utilizzare la compagnia del figlio per i suoi scopi artistici, come quando non lo manda a scuola per portarlo alla Pinacoteca di Bari.
Emerge il rapporto conflittuale con quel padre tanto assente tanto da mancare un vero e proprio processo di identificazione in quella figura paterna che tende nel suo immaginario infantile ad impaurirlo. Il bambino, infatti, vive un profondo turbamento nei confronti di suo padre, tanto da voler prendere le distanze e ripetersi che non diventerà mai come lui. E così durante i suoi sogni e nei momenti più scuri Gabriele vede l’uomo nero che lo terrorizza. Quell’uomo nero che in realtà è l’alter ego oscuro della figura paterna in cui nello stesso tempo cerca conferme. E’ una figura emblematica da cui staccarsi e distanziare perchè sofferente.
Sergio Rubini con questa pellicola eleva qualitativamente le sue capacità registiche e attoriali, realizzando un ottimo film con un buon cast dagli attori più noti sulla scena nazionale ad attori locali meno conosciuti, ma bravi. E’ un film amaro afflitto da un rapporto generazionale scisso da modi differenti di intendersi. Gabriele è soltanto un bambino e riuscirà a comprende il padre soltanto quando sarà divenuto adulto anche lui; anche se nel frattempo la sua infanzia sarà ormai volata via. Tra le tenere note di Nicola Piovani (anche se sembra richiamare fortemente i motivi del film “La vita è bella”) e con la convinzione di un amore paterno assente, Gabriele crescerà e diventerà un uomo. Serviranno occhi più attenti per comprendere il cattivo temperamento di Ernesto; ma questa comprensione, giunta in ritardo, restituirà finamente a Gabriele il suo papà.

Coco Avant Chanel

Regia: Anne Fontaine
Cast: Audrey Tautou, Benoit Poelvoorde, Alessandro Nivola, Marie Gillain.
Genere: biografico
Anno: 2009
La piccola Gabrielle, conosciuta come Coco, viene lasciata in orfanotrofio dal padre. Divenuta ragazza si divide tra il lavoro di sarta e quello di cantante in un locale per uomini. La conoscenza di Etienne Balsan le permette di cambiare vita. Ma, la svolta decisiva è rappresentata dall’incontro con Arthur “Boy” Capel.

La proiezione della pellicola “Coco avant Chanel”, tanto attesa, ha soddisfatto pienamente ogni aspettativa. Il film ritrae la vita di Coco antecedente alla sua grande affermazione nel mondo della moda. E’ presente un excursus della sua vita. Viene presentata subito una bambina dai grandi e profondi occhi neri lasciata in orfanotrofio e che non fa che sperare nella visita di suo padre. Gabrielle ben presto si ritrova fuori dalle mura dell’orfanotrofio e, divenuta ormai donna, inizia ad esibirsi in un locale notturno con sua sorella per guadagnare qualcosa in più oltre il suo lavoro giornaliero di sarta da retrobottega. Coco dà una svolta alla sua situazione e va a vivere a casa di Etienne, un aristocratico conosciuto nel locale notturno. Inizia per Coco una vita lussuosa da mantenuta, e le sue giornate trascorrono tra corse di cavalli, balli aristocratici e spettacoli teatrali. Coco, pur essendo inserita in quel mondo aristocratico, non riesce a integrarsi realmente. Ella guarda con diffidenza quel mondo fatto di ozio, lusso e di donne con vestiti pomposi e cappelli con piume tanto da sembrare mascherate. Coco mantiene salda la sua personalità e il distacco da quel mondo che non riesce più a sopportare. Nonostante le tante critiche, Coco continua a indossare abiti semplici, comodi e senza sostegni e fasce. Usa pantaloni, camicie, cravatte, ovvero un vestiario assolutamente non contemplato dalla concezione del tempo. Da subito emerge il contrasto tra Coco e le donne del suo tempo. Coco non si fa ingabbiare nel modello della donna di primo 900 incastrata in corpetti che quasi impediscono la respirazione. Il suo stile e i suoi semplici cappelli vengono da subito apprezzati, tanto da essere commissionati. Coco, in realtà, continua a puntare in alto. La svolta decisiva della sua vita è rappresentata dall’incontro con l’inglese aristiocratico Arthur “Boy” Capel. Coco conosce finalmente l’amore, e la persona che crede in lei. E’ Boy che finanzia il progetto di Coco e le permette di aprire una bottega tutta sua e smettere di vivere da mantenuta.
La pellicola presenta la serie di difficoltà che Coco ha vissuto prima di diventare una celebre stilista. E’ una donna che è nata nella povertà, vissuto da mantenuta, ma che non ha mai perso la sua ostinazione e la fiducia nelle sue potenzialità. Così l’arte del cucire, appreso dalle suore da piccola, si rivela essere il suo tesoro più grande. Le sue capacità, unite alla sua inventiva stilistica e alla sua emancipazione femminile, le permettono di vivere in maniera indipendente e affermata.
Coco rapprenseta una grande rottura nella storia della moda femminile. Coco libera le donne da corsetti, abiti succinti, piume e ampie gonne e le proietta verso uno stile più moderno, semplice e libero. La sua stessa fisionomia di donna esile, magra, capelli corti si pone subito in contrasto con le donne del tempo artefatte, formose ed esagerate.
Il film ha il merito di porre l’attenzione sulla donna, sui suoi sentimenti, su una grande fragilità nonostante un’apparente forza. Si delinea il cammino della donna che dal nulla crea il suo destino. Il tutto sullo sfondo di un’aristocrazia a cavallo 800/900 presa dai suoi vizi e inutilità. Emergono le conflittualità sociali, una società fatta di matrimoni d’interesse, donne svalorizzate al ruolo di amante e tenute segrete. “Ho sempre saputo che non sarei mai stata la moglie di nessuno!” queste sono le parole che infatti recita Coco in un momento di sconforto.
Audrey Taotou è stata la più grande e riuscita scommessa che la regista Fontaine avrebbe potuto realizzare. La sua scelta è più che apprezzabile; e guardare la Tautou in questa pellicola è una grande piacere. E’ stata in grado di impersonificare al massimo il personaggio di Coco e con grande capacità è riuscita a comunicare gli stati d’animo provati dal suo personaggio. Inquadrature di primi piani, sottolineati da una buona regia, riempiono pienamente la vista e trasmettono emozioni.
Forse, è un film apprezzabile maggiormente da un pubblico femminile, ma è senz’altro un film che merita di essere visionato soprattutto da chi ama il genere biografico e perchè no anche storico-sentimentale. Ci sono degli ottimi costumi, e un’eccezionale fotografia che contribuisce a incorniciare al massimo ogni singolo fotogramma. Le musiche tristi e lente contribuiscono a rendere la pellicola godibile e delicata.
A fine visione permane la sensazione di un film appagante e bello. E’ un film che piace perchè realizzato con tanta attenzione, raffinatezza e con una buona tecnica stilistica che si addice pienamente ad un’altrettanta grandiosa sceneggiatura. Un risultato pienamente raggiunto grazie anche alla scelta della protagonista Audrey Tautou che dimostra maturità recitativa, dettata dalla capacità di superare il personaggio emergente di Ameliè (che l’ha decretata al successo) per puntare ad un grande cambiamento di registro con il personaggio di Coco.

 

Bentornati

In seguito alla comunicazione di Splinder di chiudere i battenti, ecco che il mio blog dedicato al cinema si trasferisce su WordPress. Ho aperto il mio primo blog circa tre anni fa e lì ho raccolto le mie riflessioni sui vari film visti sia al cinema sia a casa in DVD. Adesso apro il mio secondo blog, possiamo definirlo una seconda versione, dove ho intenzione di riprendere a scrivere di film. Credo che nei prossimi giorni riporterò qui soltanto alcuni post del blog precedente, quelli relativi ai film che più mi sono piaciuti e che non voglio lasciar chiusi in una cartella del mio computer. Per il resto voglio considerare questo nuovo blog come una seconda fase di questa mia passione che è il cinema.

Il cinema, si, una delle mie passioni. A volte mi chiedo se la mia passione sia il cinema o se siano i film. La risposta è che l’uno non prescinde dall’altro. Di sicuro preferisco guardare un film al cinema anzichè a casa. E quando capita di perdermi al cinema un film a cui tengo so che si tratta di una perdita che non potrò colmare con la visione in DVD. Premetto anche che adoro il cinema in sè come luogo in cui staccare dalla realtà e farsi coinvolgere dalla sua grandezza, dal buio della sala e dai colori del grande schermo. Cos’è un film? Un film… è l’immediatezza e la bellezza del racconto di una storia, della presentazione dei personaggi, del coinvolgimento in scenari e paesaggi… Credo che i film siano una delle forme artistiche più belle della nostra cultura.

Andiamo al cinema e viaggiamo con esso…